Rapporto Onu: in Venezuela CRIMINI USA CONTRO L'UMANITA'

(Milano)ore 09:38:00 del 19/03/2019 - Tipologia: , Denunce, Esteri, Politica

Rapporto Onu: in Venezuela CRIMINI USA CONTRO L'UMANITA'

Il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas, propone di deferire gli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015..

Il rapporto dell’esperto Onu che ha visitato il Venezuela nel 2017, Alfred De Zayas, propone di deferire gli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dopo il 2015. Lo ricorda il sociologo Pino Arlacchi, vicesegretario generale delle Nazioni Unite dal 1997 al 2002, in un intervento sul “Fatto Quotidiano” riguardo alla crisi umanitaria nel quale è stato sprofondato il Venezuela.

Colpa dell’imbelle e corrotto governo Maduro? No, putroppo: se Maduro certo non brilla, a rovinare i venezuelani sarebbero stati soprattutto gli Usa. Per Arlacchi, il caso-Venezuela «si configura nei termini di una gigantesca truffa informativa, volta a coprire la sopraffazione di un popolo e la spoliazione di una nazione». Il principale mito da sfatare, scrive Arlacchi, riguarda le cause di fondo del dramma venezuelano: «I media occidentali non hanno avuto dubbi nell’additare gli esecutivi succedutisi al potere dopo l’elezione del “dittatore” Chávez alla presidenza nel 1998 come unici responsabili della crisi, nascondendone la matrice di gran lunga più importante: le barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018».

La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio – ricorda Arlacchi – sono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione, anziché essere «intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti». Nonostante Chávez abbia commesso «vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro», riassume Arlacchi, sotto la presidenza del leader chavista le spese sociali del Venezuela hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale). «Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro», scrive Arlacchi.

«L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento». Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto, aggiunge Arlacchi. «Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di trent’anni prima, ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile». Dopo la Russia, è il paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro e tra i maggiori di ferro, bauxite e cobalto. Poco indebitato, il Venezuela è stato capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo Monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano. «È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita», aggiunge Arlacchi. «Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e le manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra: perché anche i poveri, dopotutto, votano».L’occasione per chiudere la partita – continua Arlacchi – si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015.

La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo (col pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa) hanno messo in ginocchio il paese: il Venezuela è stato espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. «Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti: e le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro», spiega Arlacchi. I fondi del governo depositati negli Usa sono stati congelati o sequestrati. Chiusi i canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela. Gli interessi sul debito sono schizzati in alto «perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio-paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria».Nel 2015 lo spread del Venezuela era di 2.000 punti, per raggiungere e superare i 6.000 nel 2017. Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari (il 34% del Pil) l’extra-costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela – sottolinea Arlacchi – è stato il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei trasporti». Ecco perché gli ospedali venezuelani sono rimasti senza insulina e trattamenti antimalarici.

I porti del paese sono stati dichiarati “porti di guerra”, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni è crollato: da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 ad appena 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.I beni che riescono comunque a essere importati «vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana». La stessa delinquenza di alto livello «tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie». È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. «Senza le sanzioni – sintetizza Arlacchi – l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina». Arlacchi definisce quindi «interamente indotta» la crisi umanitaria ora esplosa. Crisi che si accompagna a un’iperinflazione «altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street». Per questo, già nel 2017, il rapporto Onu accusava gli Usa di crimini contro l’umanità commessi in Venezuela.
La “dittatura” di Chávez, confermata da 4 elezioni presidenziali e 14 referendum e consultazioni nazionali successive, è stata condotta sotto il segno di uno strappo radicale con la storia passata del Venezuela: i proventi del petrolio – ricorda Arlacchi – Alfred De Zayassono stati in massima parte redistribuiti alla popolazione, anziché essere «intascati dall’oligarchia locale e imboscati nelle banche degli Stati Uniti». Nonostante Chávez abbia commesso «vari errori di malgoverno e corruzione tipici del populismo di sinistra – errori confermati in seguito dal più debole Maduro», riassume Arlacchi, sotto la presidenza del leader chavista le spese sociali del Venezuela hanno raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà è passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile si è dimezzata, la malnutrizione è diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina (dati Fmi, Undp e Banca Mondiale). «Ma la sfida più temeraria lanciata dal Venezuela “socialista” è stata quella contro l’egemonia del dollaro», scrive Arlacchi.

«L’economia ha iniziato a essere de-dollarizzata favorendo investimenti non statunitensi, tentando di non farsi pagare in dollari le esportazioni e creando il Sucre, un sistema di scambi finanziari regionali basato su una cripto-moneta, il Petro, detenuta dalle banche centrali delle nazioni in affari col Venezuela come unità di conto e mezzo di pagamento». Il tempo della resa dei conti con il Grande Fratello è arrivato perciò molto presto, aggiunge Arlacchi. «Molti hanno evocato lo spettro del Cile di Allende di trent’anni prima, ma il Venezuela di oggi è preda ancora più consistente del Cile». Dopo la Russia, è il paese più ricco di risorse naturali del pianeta: primo produttore mondiale di petrolio e gas, secondo produttore di oro e tra i maggiori di ferro, bauxite e cobalto. Poco indebitato, il Venezuela è stato capace di fondare una banca dello sviluppo, il Banco do Sur, in grado di sostituire Banca Mondiale e Fondo Monetario come sorgente più equa di credito per il continente latinoamericano. «È per queste ragioni che la “cura cilena” è inizialmente fallita», aggiunge Arlacchi. «Il tentato golpe anti-chavista del 2002 e Chavez e Madurole manifestazioni violente di un’opposizione divenuta eversiva e anti-nazionale, si sono scontrati con un esecutivo che vinceva comunque un’elezione dopo l’altra: perché anche i poveri, dopotutto, votano».

L’occasione per chiudere la partita – continua Arlacchi – si è presentata con la morte di Chávez nel 2013 e il crollo del prezzo del petrolio iniziato nel 2015. La raffica di sanzioni emesse l’anno dopo (col pretesto che il Venezuela fosse una minaccia alla sicurezza nazionale degli Usa) hanno messo in ginocchio il paese: il Venezuela è stato espulso dai mercati finanziari internazionali e messo nelle condizioni di non poter più usare i proventi del petrolio per pagare le importazioni. «Quasi tutto ciò che entra in un’economia che produce poco al di fuori degli idrocarburi deve essere pagato in dollari contanti: e le sanzioni impediscono, appunto, l’uso del dollaro», spiega Arlacchi. I fondi del governo depositati negli Usa sono stati congelati o sequestrati. Chiusi i canali di rifinanziamento e di rinegoziazione del modesto debito estero del Venezuela. Gli interessi sul debito sono schizzati in alto «perché le agenzie di rating al servizio di Washington portano il rischio-paese a cifre inverosimili, più alte di quelle della Siria».

Nel 2015 lo spread del Venezuela era di 2.000 punti, per raggiungere e superare i 6.000 nel 2017. Gli economisti del centro studi Celag hanno quantificato in 68,6 miliardi di dollari (il 34% del Pil) l’extra-costo del debito venezuelano tra il 2014 e il 2017. Ma il più micidiale degli effetti del blocco finanziario del Venezuela – sottolinea Arlacchi – è stato il rifiuto delle principali banche internazionali, sotto scacco americano, di trattare le transazioni connesse alle importazioni di beni vitali come il cibo, le medicine, i prodotti igienici e gli strumenti indispensabili per il funzionamento dell’apparato produttivo e dei Pino Arlacchitrasporti». Ecco perché gli ospedali venezuelani sono rimasti senza insulina e trattamenti antimalarici. I porti del paese sono stati dichiarati “porti di guerra”, portando alle stelle le tariffe dell’import-export. Il valore delle importazioni è crollato: da 60 miliardi di dollari nel 2011-2013 ad appena 12 miliardi nel 2017, portandosi dietro il tonfo del 50% del Pil.

I beni che riescono comunque a essere importati «vengono accaparrati e rivenduti di contrabbando dagli oligopoli dell’industria alimentare che dominano il settore privato dell’economia venezuelana». La stessa delinquenza di alto livello «tira le fila del sabotaggio del Clap, il piano di emergenza alimentare del governo che soccorre 6 milioni di famiglie». È stato calcolato che tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria al Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo Pil, cioè tra i 245 e i 350 miliardi di dollari. «Senza le sanzioni – sintetizza Arlacchi – l’economia del Venezuela, invece di dimezzarsi, si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina». Arlacchi definisce quindi «interamente indotta» la crisi umanitaria ora esplosa. Crisi che si accompagna a un’iperinflazione «altrettanto fasulla, senza basi nei fondamentali dell’economia, determinata da un attacco del mercato nero del dollaro alla moneta nazionale riconducibile alle 6 maggiori banche d’affari di Wall Street». Per questo, già nel 2017, il rapporto Onu accusava gli Usa di crimini contro l’umanità commessi in Venezuela.

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Articolo di Luca

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