Pressione fiscale Reale in Italia? Al 48%!

(Napoli)ore 11:01:00 del 14/07/2019 - Tipologia: , Denunce, Economia, Lavoro

Pressione fiscale Reale in Italia? Al 48%!

PRESSIONE FISCALE REALE IN ITALIA - Dal punto di vista contabile, queste voci non rientrano nella pressione fiscale..

PRESSIONE FISCALE REALE IN ITALIA - “Sebbene negli ultimi anni il peso complessivo delle tasse risulti leggermente in calo –  ha spiegato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – molti non se ne sono accorti, poiché allo stesso tempo sono cresciute le tariffe della luce, dell’acqua, del gas, i pedaggi autostradali, i servizi postali, i trasporti urbani, etc.

PRESSIONE FISCALE REALE IN ITALIA - Dal punto di vista contabile, queste voci non rientrano nella pressione fiscale. Tuttavia, hanno avuto e continuano ad avere degli effetti molto negativi sui bilanci di famiglie e imprese, in particolar modo per quelle fedeli al fisco”.

PRESSIONE FISCALE REALE IN ITALIA - Come di consueto, l’Ufficio studi della CGIA ricorda che il nostro PIL, come del resto quello di molti altri Paesi dell’Ue, include anche gli effetti dell’economia non osservata.

Questa “ricchezza”, riconducibile alle attività irregolari e illegali che, per sua natura, ha dimensioni importanti, non dà alcun contributo all’incremento delle entrate fiscali.

Rammentando che la pressione fiscale si calcola attraverso il rapporto tra le entrate fiscali e il PIL, se dalla ricchezza prodotta scorporiamo la componente riconducibile all’economia “in nero”, il peso del fisco in capo ai contribuenti onesti sale inevitabilmente, consegnandoci un carico fiscale reale molto superiore a quello ufficiale.

COME SI CALCOLA LA PRESSIONE FISCALE – Rammentando che la pressione fiscalesi calcola attraverso il rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, se dalla ricchezza prodotta scorporiamo la componente riconducibile all’economia “in nero”, il peso del fisco in capo ai contribuenti onesti sale inevitabilmente, consegnandoci un carico fiscale reale molto superiore a quello ufficiale.

La pressione fiscale ufficiale è data dal rapporto tra le entrate fiscali ed il Pil prodotto in un anno (nel 2018 si è attestata al 42,1 per cento). Se, però, dalla ricchezza del Paese (Pil) sottraiamo la quota riconducibile al sommerso economico e alle attività illegali che, non producono alcun gettito per le casse dello Stato, il prodotto interno lordo diminuisce (quindi si “contrae” il valore del denominatore) facendo aumentare il risultato che emerge dal rapporto tra il gettito fiscale e il Pil (48 per cento). La CGIA tiene comunque a precisare che la pressione fiscale ufficiale calcolata dall’Istat (nel 2018 al 42,1 per cento) rispetta fedelmente le disposizioni metodologiche previste dall’Eurostat.

Dopo l’introduzione della fatturazione elettronica che ha debuttato lo scorso 1° gennaio, dal 1° luglio è scattata una nuova scadenza per le partite iva con volume d’affari superiore ai 400.000 euro e più precisamente l’obbligo di memorizzazione e di invio telematico dei corrispettivi. Questo scenario evidenzia come il rapporto fiscale tra le aziende e l’Agenzia delle Entrate stia cambiando rapidamente senza però portare sostanziali benefici in termine di riduzione delle tasse con altrettanta rapidità. Da qualche settimana, infine, piccoli imprenditori, artigiani e commercianti sono alle prese anche con la dichiarazione dei redditi, che da quest’anno presenta una grossa novità: i tanto criticati studi di settore sono stati sostituiti dagli Isa. Un nuovo strumento che sta mettendo in difficoltà gli stessi addetti ai lavori, come le associazioni di categoria e i commercialisti, e i piccoli imprenditori, che devono dedicare il loro tempo anche alla compilazione dei dati richiesti da tali “indicatori”, sottraendolo al loro lavoro. Una rivoluzione che rischia di tradursi in un aumento dei costi legati alla burocrazia fiscale.

Articolo di Samuele

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