Kingdom Come Deliverance, recensione ufficiale

(Cagliari)ore 20:31:00 del 21/02/2018 - Tipologia: , Videogames

Kingdom Come Deliverance, recensione ufficiale

Non c’è nessun sentimento di rivalsa nei temi del gioco, perché il cittadino medievale sa che la società funziona così, e sebbene nella comodità delle quattro mura si augura che succedano sciagure allo sgradevole feudatario o signorotto che sia, in pubbli.

Abituati come siamo - noi videogiocatori - ad associare le storie in ambito fantasy/medievale a cacciatori di mostri, stregoni dalla potenza inimmaginabile, cavalieri prescelti dal destino divino, e tutta un’altra serie di tropi legati alla figura dell’eroe scintillante destinato a salvare il mondo, il primissimo impatto con l’impianto narrativo di Kingdom Come: Deliverance è spiazzante, almeno. Il protagonista della storia è infatti Henry, figlio di un fabbro della città di Skalica, nella Boemia del 1403. Un ragazzotto dalla faccia non troppo sveglia, neanche troppo carismatico, che ama bere e rincorrere le sottane delle ragazze, e che per tutta l’avventura non esploderà mai come “eroe” vero. Che la cosa sia stata voluta da Warhorse in termini narrativi o meno (considerando il resto del gioco mi verrebbe da pensare di sì, e se così fosse lo trovo geniale), già dai primi minuti si capisce come questa sia un’avventura molto diversa dalle altre. Non è facile notarlo, perché ci vuole un occhio molto allenato ed una discreta esperienza in termini di medium di intrattenimento, ma questa è una produzione dotata di una coerenza rara, straordinaria nel non perdere mai la bussola rispetto a ciò che vuole raccontare, nel contesto in cui vuole farlo. Mi spiego.

Partiamo dai dialoghi, scritti in maniera egregia, con pochissime sbavature e (di nuovo) sempre coerenti. Dicevo degli eroi che siamo abituati ad impersonare, i quali vengono (giustamente) scritti come personaggi in grado di esibirsi in discorsi galvanizzanti come in frasi ad effetto capaci di zittire chiunque. Quante volte con un Geralt di Rivia oppure un Comandante Shepard abbiamo fatto il bello e cattivo tempo, forti della nostra scheda del personaggio, imponendo le nostre decisioni ed idee a comprimari e nemici, talvolta? In Kingdom Come: Deliverance, invece, i nobili parlano ed il volgo (come il figlio di un fabbro) china il capo ed esegue. Non c’è nessun sentimento di rivalsa nei temi del gioco, perché il cittadino medievale sa che la società funziona così, e sebbene nella comodità delle quattro mura si augura che succedano sciagure allo sgradevole feudatario o signorotto che sia, in pubblico si atteggerà come il suo status impone. Può sembrare una banalità, ma è molto raro trovare un protagonista che si comporti esattamente come “dovrebbe”, come il contesto sociale e storico (banalmente: l’ambientazione) impone. Questo non significa neanche che la storia di Henry sia insulsa, però.

L’incipit del gioco ci vede impegnati a svolgere alcune mansioni per nostro padre, stimato fabbro. L’occasione è ghiotta per cominciare ad impratichirci con una parte delle meccaniche di gioco. Sarà necessario ritirare la guardia della spada dal fortilizio locale, comprare del carbone e riscuotere un credito da un cliente. Già da questo brevissimo momento di gioco è possibile capire quanto, pur prevedendo sempre un unico finale per ogni situazione, Warhorse dia piena libertà al giocatore per raggiungerlo. Senza raccontare ogni minimo dettaglio, nella mia run ho recuperato la guardia senza problemi, ma ho finito per picchiare il cliente moroso per convincerlo a restituire gli attrezzi, ed ho rubato il carbone non essendo riuscito ad accumulare i soldi necessari del debitore per comprarlo. Avessi convinto il cliente a pagare, invece, non sarei dovuto ricorrere a metodi estremi. Questo dà la misura di come i dialoghi possano essere affrontati in modi diversi, che sia accomodante, severo o furbo, e dei modi in cui possono svilupparsi, garantendo di fatto ad ogni giocatore un’esperienza di gioco diversa da un altro. Tutto ruota intorno alla reputazione che la gente avrà di Henry, che potrà essere positiva o negativa a seconda dei comportamenti dello stesso, ma anche del modo in cui si pone e dell’aspetto esteriore. Non lavarsi mai in un bagno pubblico (che sono, come nella realtà storica, dei servizi molto costosi per il popolo non abbiente) ed andare in giro insanguinati darà di noi un’immagine propizia per intimidire il prossimo, ma di certo non utile a convincere gentilmente qualcuno ad aiutarci. Al contrario, presentarsi con abiti puliti ed una discreta igiene farà sì che le persone (soprattutto i più altolocati) ascoltino con più interesse le nostre parole. Tra le variabili che Warhorse dichiara per Kingdom Come: Deliverance c’è addirittura la possibilità di terminare il gioco senza sfoderare mai la spada in una sorta di “run pacifista”.

Sulla sua strada finisce anche il villaggio di Henry, per vicende che saranno approfondite nel corso del gioco, che non tarda a mettere a ferro e fuoco. Pur con grande difficoltà, il ragazzo riesce a fuggire, ma la sua famiglia e i suoi amici vengono sterminati senza pietà. In verità il gioco inizia un po' prima di questi tragici eventi, con quello che possiamo considerare un lungo prologo in cui prendere confidenza con il personaggio, con i vari sistemi di gioco e con lo scenario. Appena sveglio, dopo una notte di bagordi, Henry viene chiamato dal padre che ha dei compiti da assegnargli: ritirare una parte della spada che sta forgiando per il lord locale e comprare del carbone con i soldi ottenuti dalla riscossione di un debito. A prima vista l'ambientazione ricorda quella di un qualsiasi gioco di ruolo fantasy, ma è solo un abbaglio. 

Osservando attentamente il villaggio di Henry ci accorgiamo che la vantata accuratezza storica dello scenario è un fatto concreto: le case sono spoglie, le suppellettili sono poche, le strade sono piene di fango e letame, animali e abitanti vivono praticamente insieme e, aprendo ad esempio il forziere di un ubriacone, o di un contadino, non ci si trova dentro chissà quale tesoro, ma solo i suoi strumenti da lavoro. Passando vicino alla locanda possiamo ascoltare i discorsi degli abitanti, legati alle circostanze storiche che stanno vivendo, e possiamo parlare con alcuni di loro di questioni locali.

Henry, nonostante desideri girare il mondo, è un ragazzo del suo tempo: gli piacciono le ragazze, la birra e fare scorribande con gli amici, ma allo stesso tempo ha un grande senso dell'onore e della religione, nonché un profondo rispetto per la gerarchia e l'autorità. Spetterà alle vicende che vivrà nel corso del gioco mettere in discussione alcuni di questi valori (o anche rafforzarli, a seconda delle scelte fatte dal giocatore), ma il tutto sarà gestito con gradualità e con grande rispetto per la storia. Senza svelare troppo, va sottolineato l'altissimo livello della scrittura di Kingdom Come: Deliverance, che si mantiene accurata e descrittiva anche quando affronta situazioni apparentemente triviali. Complessivamente l'intreccio non è eccezionale, ma poco importa, perché in questo caso è la sostanza a essere eccellente. Per fare un esempio, subito dopo la sua fuga, Henry affronta un dialogo con la moglie del signore del castello in cui è stato accolto, nonché sua benefattrice. Si tratta di un momento apparentemente insignificante, ma eccezionale per come è condotto. La nobildonna esprime a Henry tutta la frustrazione per la condizione in cui si trova (è una giovane sposata con un vecchio malfermo, da cui oltretutto è stata lontana per anni), cercando conforto nella disperazione del ragazzo.

Il dialogo è teso, fortemente erotico, pur non parlando mai esplicitamente di sesso. La donna sembra volersi avvicinare a Henry, ma allo stesso tempo il suo ruolo la trattiene. In mano a qualcun altro una sequenza simile si sarebbe trasformata in un momento pecoreccio dai facili risvolti scollacciati; invece gli sceneggiatori di Warhorse hanno optato per un approccio più plausibile, con un Henry impacciatissimo che dimostra di non capire bene la situazione (in fondo nel prologo faceva il gradasso, ma è un verginello sbarbato) e la donna che non riesce a fare quel passo in avanti che sembra sempre sul punto di fare. Di momenti così, in cui desideri inespressi e status sociale si scontrano, è pieno il gioco e non sempre la conclusione è quella che si potrebbe aspettare il pubblico moderno. Detto questo, non aspettatevi nobili sempre nobili, o preti ligi ai precetti divini, perché non è così. Ogni sequenza è però contestualizzata a dovere e non finisce mai per somigliare allo sfogo di un chierichetto frustrato che bestemmia e sente musica metal per combattere i sensi di colpa.

Articolo di Sasha

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