Italia: 5 milioni di POVERI, ma NESSUNO si interessa a loro

(Genova)ore 15:49:00 del 10/03/2019 - Tipologia: , Denunce, Economia, Lavoro

Italia: 5 milioni di POVERI, ma NESSUNO si interessa a loro

L’Italia ha un problema con la povertà. Secondo le più recenti stime Istat nel nostro Paese si contano più di cinque milioni di persone, corrispondenti all’8,4% della popolazione residente, che vivono in povertà assoluta, ovvero nell’impossibilità di acce.

L’Italia ha un problema con la povertà. Secondo le più recenti stime Istat nel nostro Paese si contano più di cinque milioni di persone, corrispondenti all’8,4% della popolazione residente, che vivono in povertà assoluta, ovvero nell’impossibilità di accedere a beni e servizi considerati essenziali. Quasi dieci milioni di abitanti, inoltre, sono da considerarsi in povertà relativa, quindi con bassissimi budget di spesa mensili. Un quarto dei nostri concittadini affronta quotidianamente l’esistenza con risorse scarse o inesistenti.

La definizione di povertà ha da sempre assunto una connotazione materiale. Il dizionario Treccani la definisce “Stato di indigenza consistente in un livello di reddito troppo basso per permettere la soddisfazione di bisogni fondamentali in termini di mercato, nonché in una inadeguata disponibilità di beni e servizi di ordine sociale, politico e culturale”. Interpretare la povertà solo come indigenza economica rischia di limitare la prospettiva sul fenomeno. Fiducia nel futuro, benessere possibile e opportunità. Questa è la distanza che separa le classi più povere da quelle più abbienti. Per annullarla serve una società che sappia creare le occasioni utili al raggiungimento della realizzazione individuale. 

Non è una questione filosofica. Già nel 2004 uno studio dell’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) metteva in luce il legame tra sicurezza economica e benessere personale, felicità e tolleranza. I Paesi con i più alti tassi di felicità non corrispondevano a quelli con i redditi pro capite più alti, ma a quelli capaci di garantire la stabilità e l’equità dei redditi. È l’uguaglianza sostanziale tra gli individui a debellare la povertà, garantendo universalmente le stesse condizioni e tutele. Questo dovrebbe essere il nuovo sguardo della politica sul tema. Non trattamenti caritatevoli, né inquadramenti nel ciclo produttivo. Cambiare prospettiva è prima di tutto riconoscere il diritto alla felicità.

L’obiettivo deve essere l’abbattimento degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono di vivere in una società equa. La risposta, individuata da più parti, è il reddito universale (chiamato anche reddito di base), con il quale lo Stato eroga una determinata somma tout court senza pretendere nulla in cambio. L’ultimo tentativo di metterla in pratica, concluso nel dicembre 2018, riguarda la sperimentazione fatta in Finlandia. Il governo di Helsinki prevedeva un’erogazione di denaro pubblico pari a 560 euro mensili, senza vincoli burocratici e amministrativi o obblighi di spesa della somma elargita. I 2mila cittadini finlandesi scelti per il test potevano anche avere ulteriori entrate derivanti da sussidi di disoccupazione o lavori part-time. La ragione di questa scelta va cercata negli obiettivi della sperimentazione: semplificazione del welfare, riduzione dei lavori sottopagati o precari, valutazione della correlazione tra distribuzione di denaro e creazione di nuovi posti di lavoro. 

La sospensione anticipata della sperimentazione da parte del governo finlandese ha ringalluzzito i detrattori di simili provvedimenti. Eppure i primi dati relativi all’anno 2017 raccontano una storia diversa: anche se la misura non ha influenzato gli indici occupazionali, chi ha percepito il reddito ha avvertito un calo dello stress dopo soli dodici mesi, notando un complessivo miglioramento del proprio stato di salute fisico e psichico. La maggior parte dei soggetti della sperimentazione si è detta più fiduciosa sulla possibilità di trovare un impiego dignitoso in breve tempo. Inoltre, la situazione economica più stabile ha fatto crescere l’autostima dei cittadini coinvolti nel test. Alla luce dei risultati i ricercatori impegnati nello studio sono convinti che il reddito di base sia una misura utile ed efficace, ben lontana dalla definizione di elemosina di Stato usata da una parte dell’opinione pubblica.

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Articolo di Sasha

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