Emergenza emigrazione: stiamo perdendo il nostro miglior capitale umano...

(Napoli)ore 20:14:00 del 07/08/2019 - Tipologia: , Denunce, Lavoro

Emergenza emigrazione: stiamo perdendo il nostro miglior capitale umano...

La vera emergenza per il Sud sono gli emigranti che sono superiori agli immigrati che scelgono di vivere nel Mezzogiorno d'Italia.

EMERGENZA EMIGRAZIONE ITALIA - La vera emergenza per il Sud sono gli emigranti che sono superiori agli immigrati che scelgono di vivere nel Mezzogiorno d'Italia. Lo afferma la Svimez nelle anticipazioni al rapporto sull'economia del Mezzogiorno.
"Le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017 - spiega l'associazione -. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati, pari a 21.970). Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità.
La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese".
EMERGENZA EMIGRAZIONE ITALIA - "Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all'estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali - prosegue -. In base alle elaborazioni della Svimez, infatti, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall'estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l`estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017

EMERGENZA EMIGRAZIONE ITALIA - Basta un qualunque, modesto, punto di vista individuale per capire che cosa significano i dati statistici confermati ieri dallo Svimez sull’emigrazione di massa degli italiani giovani e meno giovani. Il rapporto dell’associazione parla del Sud, che è la punta di diamante del fenomeno: in quindici anni, tra il 2002 e il 2017, se ne sono andati oltre due milioni di cittadini. Solo nel 2017 sono stati 132mila di cui la metà giovani e un terzo laureati. Sì, c’è qualcuno che rientra.

Ci sono anche i nuovi residenti immigrati. Ma il saldo negativo tra partenze e arrivi resta impressionante: meno 70mila in un anno. Lo Svimez è un ente di studi economici e quindi collega il fenomeno alla decadenza del tessuto produttivo meridionale, sempre più povero di opportunità. E tuttavia sappiamo da altre fonti, oltreché dalla personale esperienza di ciascuno di noi, che l’emigrazione è attivissima anche al Centro e al Nord, dove in teoria i posti di lavoro ci sono. Gli ultimi dati dell’Aire tracciano una classifica rivelatrice: la prima regione per espatriati è la Lombardia, la seconda l’Emilia Romagna, la terza il Veneto. Seguono Sicilia e Puglia, in un’interessante inversione di tendenza rispetto alla secolare storia dell’emigrazione italiana.

La velocità con cui il fenomeno si estende ci parla di qualcosa di epidemico, molto simile al meccanismo che agli inizi del Novecento vide la curva della “grande fuga” salire di centomila unità ogni dieci anni

Solo qualche anni fa la politica guardava con sufficienza al fenomeno, collegandolo alle esperienze obbligatorie della fatidica “Generazione Erasmus”: insomma, il lavoro all’estero come un intermezzo sabatico, status symbol di ceti privilegiati che potevano permettersi un po’ di vagabondaggio per arricchire i curriculum in attesa delle sistemazioni definitive nello studio notarile di papà o nell’impresa di zio. Ora che persino la costiera romagnola fatica a trovare bagnini e camerieri, lo stereotipo comincia a cadere. I laureati che se ne vanno sono una minoranza, e la loro fuga è persino meno preoccupante di quella dei tecnici, degli operai specializzati, della manodopera qualificata in ogni settore.

La velocità con cui il fenomeno si estende ci parla di qualcosa di epidemico, molto simile al meccanismo che agli inizi del Novecento vide la curva della “grande fuga” salire di centomila unità ogni dieci anni, fino ad arrivare al milione di emigrati tra il ’21 e il ’30. Parte qualcuno, si sistema bene, informa gli amici, i parenti, che a loro volta fanno le valigie e tentano la sorte allargando a macchia d’olio la cerchia degli interessati. I Paesi europei più furbi si danno da fare da tempo per intercettare questi flussi. Non sono una leggenda i benefit offerti ai nostri infermieri in Gran Bretagna - alloggio, corsi di lingua, festivi pagati fino a 50 sterline l’ora – oppure in Germania, dove non solo ti assumono full time a tempo indeterminato ma ti danno pure un tutor per aprire il conto corrente e registrarti all’anagrafe.

Articolo di Gerardo

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